Accettazione e accoglienza: siamo l’umanità che vogliamo essere
Due casi riguardanti l’identità di genere sono l’occasione per riaffermare che possiamo essere la società umana che desideriamo

Innanzi tutto mi scuso se in questo articolo sarò inevitabilmente vaga su nomi e persone: tratto temi molto delicati e devo proteggere le persone coinvolte.
Però credo proprio che sia molto importante parlare di queste cose, perché su queste cose ci giochiamo la nostra umanità.
- Parlare con voce forte, ma senza urlare.
- Parlare decisa, ma non prevaricante.
- Parlare porgendo, ma non imponendo.
- Parlare anche piangendo, ma senza lasciarsi sopraffare.
È morto un uomo che voleva essere una donna
Qualche mese fa è morto un uomo che aveva scoperto da tempo di essere omosessuale. Di più, si era reso conto che si sentiva donna.
L’orientamento sessuale e l’identità di genere sono due cose differenti, anche se spesso vengono confuse. Ad esempio:
- un maschio omosessuale può sentirsi maschio pur essendo attratto da altri maschi: in questo caso, vi è comunque coerenza tra il suo corpo e la sua identità di genere
- diverso è il caso dove un maschio si sente intimamente donna: in questo caso, è come se la sua identità di genere fosse imprigionata in un corpo sbagliato.
Un orientamento sessuale non accettato dalla società è “solo” un problema culturale, che tuttavia può avere ripercussioni anche gravi sulla serenità della persona e sulla sua possibilità di vivere un’esistenza in cui si senta accolto, accettato e inserito.
Un’identità di genere che non coincide con il sesso biologico, oltre a costituire spessissimo un problema sociale, è un vero e proprio dramma personale, che richiede un percorso lungo di consapevolezza.
Non voglio fare un trattato sugli orientamenti sessuali o sull’identità di genere. Voglio solo raccontare la storia di questa persona: giudicherai tu se ti è stata utile.
La donna nel corpo maschile
Mario (è un nome di fantasia) ha scoperto presto di essere omosessuale e di sentirsi donna, ma ha vissuto una vita nascosta, evitando di rivelare pubblicamente la sua identità di genere e rendendola manifesta solo a coloro che condividevano la sua vita.
Nelle feste di famiglia lui e il suo compagno erano soliti presentarsi con con finte compagne, per dare l’apparenza di relazioni socialmente accettabili.
Quando poi ha deciso di fare coming out in famiglia, la reazione è stata violenta. Suo fratello l’ha preso a pugni.
Voleva cambiare sesso e aveva iniziato il percorso per arrivare a un’identità biologica più coerente con la sua identità di genere.
Ma, quando nella sua famiglia è nata una bambina, ci ha rinunciato: forse gli è mancato il coraggio di andare fino in fondo, forse (come diceva lui) “ormai una donna nella famiglia c’era”, ma ha preferito continuare a vivere una vita nascosta e mascherata anziché correre un rischio che sentiva troppo grande.
La famiglia di Mario ha sempre negato la sua omosessualità ed ha sempre cercato di nasconderla. Certo, può non essere semplice (a causa del retaggio culturale familiare) accettare l’omosessualità di un figlio che fa coming out, né può essere facile supportarlo.
La madre, con la quale Mario aveva una relazione simbiotica che gli impediva di diventare pienamente adulto ed autonomo, continuava a ripetere che non vedeva l’ora che Mario trovasse una brava ragazza con cui sposarsi.
La sua natura non è mai stata pienamente capita né, tanto meno, accolta.
Così, in qualche modo, Mario ha dovuto castrarsi.
Purtroppo, ci ha pensato la natura: a Mario è stato diagnosticato un tumore alla vescica. Dopo l’operazione, Mario ha perso la pulsione sessuale.
Negli ultimi tempi della sua vita, diceva sempre che non si sentiva amato.
“Nessuno mi vuole bene”, ripeteva. Dietro questa affermazione c’è quasi sempre l’intima e spesso inconfessata convinzione di non essere degno di amore. In mancanza di questo, viene meno qualunque motivo di stare in vita.
I motivi della morte di Mario
Perché è morto?
Un modo per dirlo è che si è lasciato andare. A un certo punto, tutto si è scolorito. E lui si è consumato.
Un altro modo per dirlo è che non è sopravvissuto alla morte dei suoi genitori. Quando sono morti i suoi genitori, quei genitori dai quali non si è sentito visto né capito e che non ha saputo e potuto amare come avrebbe voluto, il senso della sua vita ha perso direzione e vigore.
I suoi genitori non l’hanno accettato, ma l’hanno sempre coperto, così come si protegge un bambino. Invece di aiutarlo a crescere. Mario si è perciò sentito completamente abbandonato.
La donna che il papà desiderava un maschio
Lucia (anche questo è un nome di fantasia) è figlia di un uomo che ha sempre lavorato. Ha una piccola azienda e il suo orizzonte di vita è costituito dalla famiglia, dalla casa e dal lavoro.
Come Lady Oscar
Quando la moglie partorì la primogenita, fu molto contento. Peccato solo che fosse femmina: avrebbe senz’altro preferito un maschio.
Quando poi sono arrivati i maschi, allora lui è stato soddisfatto e si è dedicato a loro. Anche i nonni si sono comportati così.
Lucia è cresciuta dentro un’evidente disparità di trattamento. I suoi fratelli avevano libertà a lei negate, anche nelle piccole cose: loro potevano mangiare quello che volevano e quando volevano, Lucia no. Loro potevano guardare i cartoni, Lucia no. Lucia doveva sottostare ai desideri e alle necessità degli adulti.
Ma ciò che ha ferito Lucia non è stata tanto la preferenza per i maschi o la disparità di trattamento. È stato il non sentirsi riconosciuta, apprezzata e valorizzata come femmina, come donna e come persona.
Lucia si è sposata e ha avuto figli e, da quel momento, agli occhi di suo padre si è sistemata: quel che doveva fare l’ha fatto. Nessuna considerazione riguardo alle sue aspirazioni e alla sua carriera, nonostante Lucia sia oggi una professionista.
L'oceano tra il voler bene e il voler il tuo bene
Lucia non crede che suo papà non le voglia bene. Solo che, nella sua famiglia, i maschi contavano di più. Mentre le femmine esistevano solo in funzione dei maschi.
Era questo il loro ruolo.
Quando si guarda più all’ideale che alla persona, nascono i problemi
Le storie di Mario e di Lucia, seppur diverse, rivelano alcuni tratti comuni.
Il dolore e Mario e quello di Lucia nascono entrambi dalla non piena accettazione da parte delle famiglie di origine, che avrebbero voluto costringerli dentro ruoli e comportamenti preordinati.
Le ferite che vengono provocate possono essere molto gravi, anche se all’apparenza non sembra. Nella persona si forma infatti la convinzione di essere sbagliata, di non essere adeguata, di non valere abbastanza. Queste convinzioni interiori possono far sì, se non risolte, che la persona passi a cercare di acquistare una dignità e un’approvazione che nessuno le potrà mai dare, almeno finché non è lei stessa a riconoscerla in sé. Con conseguenze sociali importanti.
I bulli, gli hater, i razzisti non sono persone che fanno semplici ragazzate o goliardate. Non sono neppure semplici delinquenti. Sono persone che erodono le basi di una società solidale e rispettosa. Perché una persona arrivi ad essere così, è necessario che lei stessa, in qualche modo, sia stata ferita nel profondo.
Responsabilità personale e responsabilità sociale
Riconoscere questo è responsabilità della persona.
Ma non accettare, neppure per gioco, questo massacro dell’anima è responsabilità di tutti.
Quando pensiamo al mondo in cui vogliamo vivere e al mondo che vogliamo lasciare ai nostri figli, riflettiamo anche sull’umanità che stiamo costruendo.